Ville e Palazzi

 Villa del Bene

La villa è un grande complesso che si articola in diversi corpi di fabbrica, ultimati entro il 1560.
Fu costruita a Volargne nel XV secolo, collegata da un filare di cipressi al fiume Adige.
Questo palazzo con fabbricati e terreni circostanti, nella prima metà del XVI sec. era proprietà di Antonio Malfatti che lo vendette a Giovanni del Bene nel 1538-9. Questi rifece completamente il palazzo originario facendolo dipingere anche all'interno.
Un maestoso portale d'ingresso che attesta interventi di Michele Sammicheli, è decorato da una testa che simboleggia Cristo e da un disco solare, sul cui retro è incisa la data 1551.

Simbolo della villa, di ospitalità e di rappresentanza, questo portone non solo dà sulla via Trentina, ma anche sull'Adige (con doppio filare di cipressi), ov'era un pontile privato dei Del Bene. Il portale è doppio, con una funzione esterna di rappresentanza ed interna privata, simboleggia anche il passaggio dall'uomo a Dio. La villa ospitò nel XVI sec. numerosi prelati del Concilio di Trento, nonché nobili e personaggi per conto della Serenissima.

Il primo cortile presenta sul lato nord l'edificio più antico, con la facciata a portico e loggia sormontata nel sottogronda da tre aperture ovali.
Un arco in pietra immette nel secondo cortile dov'è la torre colombara con merli, sovrastante un portico con sei arcate a pilastri bugnati.
Qui vi sono le stalle, un forno per la bachicoltura, la cucina ed un pozzo ottagonale.
Notevoli gli affreschi dipinti nella scala interna (pergolati d'uva con putti che vendemmiano, attribuiti a Domenico Brusasorzi), nella loggia (scene di paesaggi dell'Adige e della Chiusa, attribuite a Nicola Crollanza, episodi di storia romana e telamoni, attribuiti a Brusasorzi, nel salone nobile (otto sibille e quattro scene dell'Apocalisse ed in alcune stanze (scene della sacra Scrittura, tra cui la Sacra Famiglia, il Battesimo di Gesù, il sogno di Giacobbe, il banchetto del ricco Epulone, Cristo sul lago di Galilea, attribuiti a Domenico Brusasorzi, Nicola Crollanza e Bernardino India).

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Villa del Bene: il portale cinquecentesco

Il portale che dà sulla via Tridentina è un episodio eccentrico. Le sue dimensioni sono commisurate non all'edificio ma a una visione da distanza, dal fiume e dal viale che conduce al "palazzo"; e le scelte linguistiche, improntate sulla dialettica liscio/scabro, non hanno riscontro nel resto dell'edificio. Colpisce la mancanza di raccordo con le finestre e i balconcini a modanature lisce, che guardano sulla stessa via. Nel portale, il "delicato" si misura con il "rozzo", dando vita a un insieme discontinuo di cesure e di incastri fra le parti rifinite dei pilastri e dell'arco e i conci rustici.
Il portale è l'elemento della villa in cui è massima la valenza simbolica, come nelle porte dell'antichità e come nelle porte veronesi del Sanmicheli. E all'ideologia di tali porte urbiche, almeno in parte, va ricondotto anche il portale Del Bene: per coloro che discendevano la valle atesina - a pochi chilometri dal superamento del confine di stato di Ossenigo - e che forse dovevano essere ricevuti dai rappresentanti della Serenissima in "palazzo" Del Bene, esso doveva rappresentare qualcosa di più di un semplice ingresso privato. Doveva apparire come una "porta" dello Stato di terraferma, e come nelle porte sanmicheliane, il rustico diviene allora espressione di natura tutrix, di forza e di securitas, di cui la "provvida" Repubblica veneta si faceva garante. Il mescolamento fra l'aulico, cioè le membrature lisce, e le parti rustiche simboleggia l'unione di civilitas e natura, ossia l'incivilimento della campagna operato dalla repubblica e dai cives Del Bene.
La struttura di coronamento del portale è costituita da una piramide di cinque gradini sormontata da una cuspide in flessa che sorregge un disco-meridiana in pietra (dov'è inciso sul recto l'anno 1551 e sul verso il nome del committente Giovani Battista Del Bene.
L'impiego di una tipologia funeraria (la piramide) sopra il portale di una villa, è inconsueto. Una scelta che non può essere separata dalle valenze simboliche che essa assumeva nella cultura del Cinquecento.
Antico simbolo di elevazione, di passaggio dal corpo all'anima, nel portale Del Bene la piramide sembra legata a un simbolismo del soprannaturale con venature neoplatoniche. La giustapposizione fra la struttura quadrangolare della piramide e la circolarità del disco-Sole, simboleggia il passaggio dal terrestre al celeste, dall'umano al divino.
Traendo spunto dagli affreschi interni - incentrati sul tema dell'Apocalisse di San Giovanni - si può ipotizzare una lettura in chiave religiosa anche dell'iconografia del portale. Il testone barbuto, dall'espressione serena e dalla bocca semiaperta, rappresenterebbe il Cristo-Verbo, centro della riflessione mistica nel Cinquecento, e il disco-Sole sarà il Sol Iustitiae di cui parla il profeta Malachia (3, 20), cioè il supremo giudice, il Cristo-Dio apocalittico. In ogni caso, il portale - visto con la mentalità del tempo - doveva conferire alla villa un'aura sacrale; un'aspirazione, in definitiva, alla sopravvivenza nell'al di là. (g.c.)


Villa Del Bene: gli affreschi

Villa Del Bene a Volargne presenta al suo interno un vasto e imponente ciclo di affreschi cinquecenteschi che decora la scala, la loggia sopra il portico, il salone e alcune stanze al piano nobile dell'edificio.
Il ciclo si caratterizza per una particolare eterogeneità stilistica, tale da far ipotizzare interventi di artisti appartenenti a generazioni diverse. (Giovan Francesco e Giovanni Caroto, Domenico Brusasorzi, Bernardino India, i più illustri e quotati maestri attivi a Verona alla metà del Cinquecento).


Villa Del Bene: la scala e la loggia.

Un modesto arco introduce alla scala che dal portico porta alla loggia del primo piano. Sull'angolo del giroscale della prima rampa si incontrano due scene sacre in precario stato di conservazione, incorniciate da motivi vegetali che, probabilmente, rappresentano la preghiera nell'orto degli ulivi. Le pareti della seconda rampa delle scale sono decorate da una finta balaustra con pilastri marmorei simili a quelli delle balconate e dei poggioli della villa. Sulla volta a botte è raffigurato un pergolato con tralci di vite e giocosi putti nell'atto di cogliere grappoli di uva rossa e bianca. Al sommo della scala , sulla sinistra, una figura alata reca in mano u n cartiglio illeggibile.
Si accede quindi alla loggia superiore ove, purtroppo, la lettura degli affreschi risulta essere compromessa. Infatti, una serie di otto arcate aperte verso mezzogiorno ha permesso, per secoli, alla luce e all'aria di entrare alterando lo stato di conservazione delle pitture. L'apparato decorativo della loggia è organizzato suddividendo le pareti di fondo in quattro ariose scene di paesaggio a loro volta inquadrate illusionisticamente da finte architetture e intervallate da cinque grandi figure a monocromo poste entro nicchie.
Sopra gli stipiti di due porte, di cui una dipinta simmetricamente a quella reale di accesso al salone centrale, sono adagiate due figure maschili intente a reggere cartigli.
Sopra le due porte laterali, aperte sulla parete della scala d'ingresso alla loggia, sono raffigurati in terra rossa due fatti di storia romana. Nel primo è stato riconosciuto l'episodio di Muzio Scevola, mentre il secondo soggetto non è stato ancora identificato con precisione anche se, probabilmente, si tratta della prosecuzione della narrazione della scena precedente. Infine un elegante e raffinato fregio blu su fondo giallo oro, corre lungo il perimetro della loggia. La decorazione è caratterizzata da girali d'acanto, cornucopie e uccelli, alternati a ventidue espressivi ritratti di imperatori e imperatrici, dei quali i tredici maschili coronati d'alloro e i nove femminili ornati di gioielli.
Protagonisti assoluti del ciclo decorativo della loggia sono le scene di paesaggio. Un paesaggio sicuramente reale, con evidenti riferimenti locali quali la costante presenza dell'acqua (possibile richiamo al lago di Garda e al vicino Adige), di montagne e pareti rocciose, di alberi frondosi. Un paesaggio che domina anche sulla vicenda umana e sulla presenza di architetture: la villa con portico e giardino, i ponti, le fortezze, i bastioni e le mura, le città turrite.


Villa Del Bene: la stanza di Giuseppe.

Attraverso la loggia si accede al salone centrale, per poi proseguire nella prima stanza a sinistra. Qui, purtroppo, le pareti appaiono pesantemente danneggiate e le numerose lacune impediscono una organica visione e lettura d'insieme. Tre sono le pareti ancora affrescate, mentre una quarta è andata completamente distrutta e restano visibili soltanto le tracce della sagoma di un camino.
La decorazione a fresco della stanza propone un illusionistico impianto architettonico organizzato dal basso verso l'alto da un basamento a finti intarsi marmorei circolari su cui poggiano quattro colonne angolari e possenti telamoni à repoussoir. Due di essi rappresentati in piedi come finte colonne, mentre gli altri sei appaiono inginocchiati a due a due, intenti a sorreggere l'architrave superiore su cui poggia il soffitto. Un finto loggiato si offre allo sguardo dell'osservatore con le storie di Giuseppe e i suoi fratelli inserite in un luminoso fondale paesaggistico.


Villa Del Bene: la stanza d'angolo.

Uscendo dalla stanza di Giuseppe, si può entrare in un'altra dalle ridotte dimensioni anch'essa pesantemente danneggiata durante l'ultimo conflitto.
L'impianto compositivo si articola su due fasce sovrapposte di diversa concentrazione. Nella zona inferiore sei riquadri incorniciati da ricchi festoni vegetali intrecciati a frutta e fiori ripartiscono la parete in maniera più tradizionale. Dei tre brani sopravvissuti si riesce comunque a intuire il soggetto a carattere biblico, confermando in questo modo il progetto decorativo unitario dell'intero ciclo di affreschi della villa. In questo caso, si tratta di episodi tratti dal libro di Samuele e dalle storie di Giuditta.
Passando alla zona superiore, la decorazione ad affresco delle pareti è ispirata al libro dell'Apocalisse e l'impianto compositivo appare maggiormente articolato rispetto al registro inferiore. Una finta architettura simula una semplice loggia con soffitto ligneo a lacunari; sopra le due porte di accesso alla stanza troviamo una figura maschile e una femminile (quest'ultima probabilmente identificabile in Giuditta), ospitate entro finte nicchie inquadrate da specchiature marmoree dipinte. A completare l'intelaiatura architettonica, sono alcune eleganti e raffinate figure femminili eseguite in terretta giallo ocra, i cui volti, preziosi ritratti, sono sapientemente inquadrati in giochi di sguardi con lo spettatore, quasi a volerlo invitare a osservare l'avvenimento rappresentato.


Villa del bene: i soggetti degli affreschi.

Percorrendo le stanze, l'impressione è infatti quella di trovarsi di fronte a un disegno unitario in cui immagini e scritte concorrono a trasmettere un messaggio preciso dal generale tono moraleggiante e pietistico.
Sotto il portico, all'imbocco della scala ci accoglie una "Adorazione nell'orto degli ulivi", sulla volta, putti e tralci di vite, segnali forse del sacramento eucaristico e al sommo delle scale, in un tondo, il verso di un salmo "Non nobis Domine, non nobis".
Nella loggia figure a monocromo adagiate sugli stipiti delle porte tengono cartigli con frasi tratte da San Paolo e dall'Ecclesiaste, tutte improntate al senso di caducità dei beni terreni. Non del tutto definita è l'identità dei personaggi inseriti nelle finte nicchie che intercalano le aperture paesaggistiche, gli oggetti che tengono in mano potrebbero connotarli come allegorie di virtù.
Ancora elementi legati al tema della profezia e del vaticinio si possono riscontrare in due paesaggi della loggia: l'albero colpito dal fulminee le due figure che, appoggiate a una rupe, osservano e indicano il volo di uno stormo di uccelli.
Una volta entrati nel salone, luogo di rappresentanza della villa, i soggetti si fanno più chiari. Sulle pareti, inquadrate da finte architetture e telamoni, sono affrescate quattro grandi scene tratte dall'Apocalisse di Giovanni. Il flagello della cavalleria (cap. 9, vv. 13-209, l'elezione dei giusti (cap. 7, vv. 9-10), gli angeli che versano le sette coppe dell'ira divina (capp. 15-16), l'assedio di Gerusalemme e la sconfitta di Satana 8cap. 20, vv. 7-12). Completano la decorazione della stanza otto Sibille, quattro a figura intera (Cumana, Libica, Eritrea, Tiburtina) e quattro ritratte a mezzo busto in finti quadri appoggiati agli stipiti delle porte (Persica, Deifica, Ellespontica, Frigia). Episodi dell'Apocalisse ritornano anche nel registro superiore della decorazione della saletta a ovest verso il brolo mentre nelle altre stanze sono presenti ancora soggetti sacri. (c.f.)


Villa Del Bene: il significato degli affreschi.

L'identificazione di buona parte dei soggetti dipinti, tuttavia non esaurisce l'enigma del significato complessivo del ciclo pittorico che rimane fortemente legato al clima storico e culturale del tempo. Come si è detto, la sensibilità per i fatti religiosi era in quel periodo molto alta a causa delle accese controversie tra cattolici e protestanti, dispute che non hanno risparmiato nemmeno Verona. Il processo agli eretici veronesi del 1550 testimonia la diffusa circolazione di testi a stampa luterani, favorita anche dalla presenza in città di commercianti tedeschi.
Ispirata a questa vena ereticale si era supposta anche la matrice culturale del ciclo pittorico di Volargne, ma il rinvenimento della fonte iconografica da cui sono state tratte le immagini dell'Apocalisse esclude questa ipotesi. Si tratta di un fascicoletto illustrato con xilografie di Hans S. Beham, pubblicato a Francoforte nel 1539. La particolarità di questo testo consiste nella commistione di iconografia derivata dalla tradizione protestante e messaggio scritto in linea con l'ortodossia cattolica romana.
E' noto come Lutero traducendo la Bibbia in tedesco ne diede una personale interpretazione a cui poi si ispirarono gli artisti che illustrarono il testo.
La diffusione delle tavole xilografiche prodotte dai maestri tedeschi fu molto ampia e, essendo la sorveglianza ecclesiastica meno attenta alle immagini rispetto ai testi, avvenne che molte tipografie, nella stampa di libri sacri, differenziassero la parte scritta a seconda delle confessioni religiose ma tenessero immutato l'apparato iconografico.
Vari sono gli esempi di una tale pratica, dettata soprattutto da motivi economici e commerciali. Il fascicoletto che ispirò le immagini di Volargne ne è un caso emblematico. Nella pagina riferita all'episodio della quarta tromba si vede chiaramente come il testo parli di un'aquila che annuncia i tre flagelli contro l'umanità, in linea con l'ortodossia cattolica, mentre l'immagine propone un angelo, adeguandosi alla traduzione di Lutero. Chiarita la natura del fascicoletto, il suo possesso o da parte del committente o da parte del pittore non poteva dunque essere segnale di simpatie verso gli ambienti riformati. E' testimonianza invece della diffusione di stampe nordiche utilizzate dai pittori locali come modelli per alcuni soggetti.
Un'analoga influenza di modelli iconografici d'oltralpe si può cogliere nelle figurazioni delle Sibille del salone centrale. Gli attributi che le identificano risultano insoliti per la tradizione italiana, mentre trovano più puntuali riscontri in pubblicazioni di area tedesca. Di derivazione italiana invece le scritte sui cartigli che, con il continuo riferimento all'età delle profetesse, riportano all'antico ciclo di Sibille di palazzo Orsini a Roma, ora perduto. (c.f.)

VILLA LEONI, ora SANDRI a Volargne


Il palazzo padronale e la cappella di Sant'Elena.

Ai margini dell'abitato di Volargne, a sud, nella fascia compresa tra la vecchia strada Tridentina e la via principale che attraversa il paese, si trova la settecentesca villa Leoni.
Vi si accede lateralmente da un ingresso situato su quest'ultima via. L'edificio padronale, circondato dal verde e dagli annessi rustici, ha forma rettangolare allungata, e le due facciate principali guardano l'una verso il brolo, a sud, l'altra a nord, verso quello che un tempo era il giardino. Entrambe sono aperte da semplici portali ad arco, in lieve bugnato rustico, sormontati da balconcini dalle ringhiere ondulate in ferro battuto. Ai lati si dispone la sequenza aritmica delle finestre, contornate da classicistici profili, sobri e leggeri, secondo il gusto elegante, ma non sfarzoso, di gran parte dell'edilizia signorile veronese del settecento. L'interno consta su ciascuno dei due piani, di un'ampia sala passante, su cui si affacciano le stanze laterali, secondo l'usuale schema "veneziano".
L'edificio padronale deve essere stato completato prima del 1732, l'anno in cui venne consacrata la cappella dedicata a Sant'Elena o alla Santa Croce (l'evento è ricordato in una lapide posta sopra il portale, nell'interno dell'edificio sacro).
All'epoca, probabilmente, la villa era di proprietà della famiglia Leoni, un cui esponente, Giovanni Andrea, è menzionato in una lapide (1775) posta sul pavimento della stessa chiesetta.
Se il palazzo padronale esibisce una veste riservata, la cappella assume invece l'agile e brioso decorativismo barocco- rococò, ripreso dai modi dei Pellesina, Perotti e Perini. Notevole è la facciata sulla strada, a fianco del portale d'ingresso: dentro uno schema purista con timpano triangolare, spiccano i vivaci ritmi lineari del portale e della soprastante finestra. Il primo caratterizzato dal timpano spezzato arricciato come volute, la seconda dal profilo mistilineo in cui si rincorrono andamenti concavi e convessi.
L'interno presenta un altare di marmi policromi, dalle forme mosse, arricchito, nella tipica mescolanza rococò, di pittura e di scultura: la pala con sant'Elena inginocchiata dinanzi alla croce e due angioletti scolpiti ai lati della cimasa, i quali, a loro volta, richiamano le teste di cherubini inserite sui fastigi fluenti delle porte laterali che danno sulla sacrestia. Mentre sulle pareti, in alto, vennero predisposte cornici ovali in stucco, per ricevere decorazioni pittoriche mai eseguite. (g.c.)


Villa Leoni ora Sandri, a Volargne: la residenza dominicale e gli spazi esterni.

Sul lato ovest della villa, tre edifici disposti a "U", di cui due porticati, si snodano dal palazzo per dare vita alla corte dei servizi dominicali. Non privi di decoro (grazie agli archi ribassati in bugnato, all'elegante portale del settore centrale e all'ordinata disposizione delle finestre), tali edifici nascondono l'ambito delle attrezzature rusticani (portici, stalle e fienili) che si estende sul retro, verso la strada Tridentina.
Rilevante, nella configurazione dello spazio esterno, è l'ampio e lungo viale di cipressi (oltre 200 metri), degno di una villa ben più sfarzosa, che inquadra la facciata sud del palazzo, come un gigantesco cannocchiale prospettico. Racchiuso entro il muro di cinta del vasto brolo 8un tempo di una decina di ettari), il viale conduceva dalla corte dominicale a un piccolo parco in mezzo all'area recintata. Ma è evidente il suo carattere sovrastrutturale: esso dava vita a un percorso non di collegamento, ma più propriamente "da passeggio", in armonia con la diffusione crescente , nelle ville del Sette e Ottocento, di spazi funzionali al modello di vita aristocratica, che nei secoli precedenti erano riservati alle ville di più alto rango nobiliare. Ancora oggi, la sua visione evoca quegli scenari naturalistici, animati da carrozze, cavalli, cani, dame e cavalieri, che costituivano la cornice ambientale dell'élite sociale del tempo.
Non privo di interesse è il piccolo parco a est che costeggia il vialetto di ingresso. Dotato di una fitta vegetazione, di piante ad alto fusto e di arbusti, esso nasconde nell'intricata sistemazione boscosa, oltre a una giassara cupolata, tre finti sarcofagi o cippi con iscrizioni dedicate a personaggi della letteratura amorosa (Romeo e Giulietta, Abelardo ed Eloisa, Paolo e Virginia).
Presumibilmente tardo-ottocento, il parco è espressione di un gusto romantico e rovinistico, intriso di umori letterari ed incline verso l'estenuato sentimentalismo decadente. Esso testimonia, comunque, il carattere ancora vivace e composito, a quell'epoca, della vita in villa, nel cui ambito convivevano , in stretto contatto, le esigenze del lavoro agrario, i passatempi galanti e i riferimenti letterari.
Questa stessa vitalità si avverte anche nelle opere di revisione stilistica, effettuate probabilmente agli inizi del Novecento, su alcune sale interne e sulla piccola facciata est del palazzo (quella che guarda verso il parco romantico). In quest'ultima vennero inseriti un nuovo portale e un balconcino di stile antiaccademico, in cui si sente l'eco delle novità liberty. Dello stesso periodo è la revisione degli edifici di servizio annessi al palazzo: la ridecorazione del portale (che si inserisce nell'infilata prospettica del vialetto d'ingresso) e l'introduzione, puramente decorativa, di lesene angolari e di un cornicione dall'andamento saltellante, anch'esso non privo di un tocco liberty.

Il Palazzo Salgari


Il Palazzo Salgari, ora municipio
Nel centro storico di Dolcè, affacciato su quella che anticamente era la strada principale (strada Tridentina), si trova un grande fabbricato biancastro dall'aspetto severo e di stile e forme particolari: si tratta del palazzo denominato Salgari, divenuto sede del municipio , ma che un tempo, affacciato sulla antica strada regia postale, era un albergo "di posta".
Esso divenne casa comunale intorno al 1870, dopo essere stato risistemato, in particolare negli interni, sulla base di un progetto di ristrutturazione (visibile in Comune). Il prefetto di Verona Sormani Moretti vide l'edificio prima del 1897 e così commentò: "Si ascende a Dolcè, capoluogo del Comune, composto da 156 case fra cui la comunale appare conveniente, se non certo esuberante per ampiezza, ai bisogni dell'Azienda" (GONDOLA 1994, 17). Come premesso, quando l'edificio era un albergo (o meglio forse una locanda accanto allo stallo, di cui si parla nella scheda dell'albergo "All'Ancora") apparteneva a una certa famiglia Salgari che ristrutturò e utilizzò intorno alla fine del Settecento un edificio risalente al Cinque-Seicento, di cui rimangono, oltre alla forma classica della pianta con ai lati innesti ortogonali, anche grandi cantine dalle volte in mattoni.
Nei borghi rurali in Valdadige vi erano già locande e osterie, pur se di bassissima lega (ZANCHETTA 1996, 42-48), a partire dalla dominazione veneziana (1405-1797), quando si transitava per una delle più importanti strade postali, oltre che sul fiume (GONDOLA 1994, 29). Non moltissimi erano i locandieri in una zona di confine come la Valdadige, infestata da briganti e malintenzionati fino a Ottocento avanzato, soprattutto tra Peri e Dolcè (MICAGLIO 1997). Come accennato nella scheda precedente, La Salgari, donna che gestiva l'albergo, era forse in combutta con tali bande.
Notizie sull'operatività dell'albergo Salgari, si evincono da dati censiti nel 1811: il regime napoleonico aveva evocato a sé l'esercizio della posta dei cavalli per i corrieri statali (le stazioni erano Volargne, Peri e Ala) e nel Comune di Dolcè erano attivi 7 esercizi tra alberghi, osterie e locande (GONDOLA 1994, 13, 16, 30; COMPARIN 1996, 22). Nel 1822 molti sovrani, principi e diplomatici, partecipanti al Congresso di Verona della Santa Alleanza, transitarono dalla Valdadige (ancora priva della ferrovia inaugurata nel 1859) e dai suoi borghi, ma alloggiarono quasi esclusivamente in alloggi affittati a caro prezzo in città (MARCHI 1994, 26).
Palazzo Salgari, restaurato all'esterno e risistemato all'interno ( la parte posteriore è assai rimaneggiata) è a tre piani con il tetto di coppi a padiglione e presenta una tipologia rinascimentale di tipo urbano anziché rurale. Esso colpisce per l'essenzialità e la sobrietà severa delle linee, anche nell'originale e ricercato portale marmoreo architravato, sormontato da un balcone retto da due mensoloni e recinto da una elegante balaustrata antistante una porta-finestra.
La composizione dell'edificio, a parte il prospetto fronte strada principale, non è del tutto simmetrica, in particolare sulle facciate laterali e posteriori, oltre che all'interno. Di fatto, all'interno le spesse murature di sasso non sono in squadra e/o ortogonali; anche la disposizione e la forma dei vani è dissonante, a indice della sua vetustà. La parte centrale del prospetto principale, in cui si apre il portale con ai lati due stele dedicate ai Caduti delle due guerre, è fiancheggiata dalle parti laterali snodate in avanti.
Per quanto riguarda l'interno dell'edificio, adeguato e adattato alle esigenze delle attività municipali, può essere menzionata la presenza di soffitti a volta e di una scala a "U" a due rampe con pianerottolo di rinvio, interamente in marmo rossastro levigato e lucidato. Palazzo Salgari è stato censito con circa altri 80 fabbricati del centro storico di Dolcè nel Piano Particolareggiato del 1984 per il recupero dei centri storici (ACD, PP), a dimostrazione delle origini antichissime di questo centro fluviale, fiorente fino a quando le circostanze portarono a esaurimento delle attività secolari legate al fiume, a partire dalla disastrosa piena dell'Adige del 1882 (Brugnoli 1996, II). (a.m.)

Palazzo Mondini


Provenendo da sud attraverso la strada statale n. 12, è possibile entrare nel paese di Dolcè dalla vecchia strada Trentina, a ridosso della quale si attestano i fabbricati del centro storico disposti a cortina e contornati all'esterno da coltivazioni e secolari sempreverdi dei parchi delle antiche ville. Sul lato orientale di tale via, l'ultimo edificio prima di piazza Roma è Palazzo Mondini, disposto ad angolo tra la strada e piazza stessa. Il manufatto, assai rimaneggiato e modificato, rivela la sua origine quattrocentesca solo da alcuni particolari (percepibili da un occhio molto attento) sulla facciata ovest, ovvero quella minore verso la strada. Si tratta di tracce di affreschi murali sull'intonaco, tra le quali è possibile scorgere le parti dipinte di uno stemma araldico.
Nient'altro è rimasto visibile dell'antico fabbricato, se non le murature esterne manomesse dall'apertura o chiusura dei fori di porte e finestre, compreso un balcone. Il tetto è in parte a padiglione con falde sporgenti, analogamente a quelli vicini alla piazza descritti in altre schede (Guerrieri - Rizzardi e Tommasini). Peraltro è possibile constatare che nonostante le trasformazioni l'edificio riesce ancora a inserirsi senza troppi contrasti nel contesto del tessuto edilizio. La disposizione della costruzione è una indicazione della sua origine basso medievale, visto che gli edifici più antichi erano rigorosamente disposti - soprattutto se rurali - lungo un asse est- ovest, vale a dire con la facciata maggiore (o principale) rivolta verso mezzogiorno (SILVESTRI 1983, 192). Di fatto il palazzo si apre ancora da tale lato affacciandosi su di un piccolo cortile, mentre in parte aderisce ad altri fabbricati. La facciata di dimensioni maggiori è rivolta a nord (ed è la più alterata), verso la piazza che esiste dalla fine degli anni Venti. In precedenza, tale facciata al posto della piazza guardava un orto, circondato da un tipico muro, con un piccolo fabbricato.
In merito a Palazzo Mondini è interessante notare che a poca distanza, dall'altro lato della strada, è situata all'interno dell'isolato una casa con portico e loggia di incalcolabile valore storico (e in stato di conservazione preoccupante) risalente al più tardi al Quattrocento. Tale prezioso manufatto è disposto est-ovest come palazzo Mondini, confermando la regola in precedenza citata, e anche le origini antichissime di Dolcè.
A Dolcè e nel suo territorio non sono insolite case con tracce di affreschi di antica origine: degli esempi vicini sono rappresentati dal vetusto palazzo Capetti (anch'esso risalente al Quattrocento) o dalla barchessa di palazzo Guerrieri-Rizzardi (probabilmente meno datata). Tali tracce di dipinti murali fanno considerare sia la vicinanza di Verona - urbs picta per eccellenza nel medioevo - peculiare sotto l'aspetto degli affreschi di facciata, che, sempre sotto lo stesso aspetto, quelle di Trento e Rovereto. (a.m.)

Palazzo Guerrieri - Rizzardi


Nel cuore del centro storico di Dolcè, si trova un imponente ed elegante palazzo di residenza dallo stile sobrio: palazzo Guerrieri. Esso è situato dove l'antica strada Trentina (oggi via Trento) si incrocia con la ancor più antica strada comunale del Molino (oggi via Molino) che va dal paese al fiume. L'edificio è all'angolo dell'isolato, al cui vertice c'è un cippo di pietra bianca, in cortina con gli altri fabbricati lungo la strada principale.
Il palazzo - a tre piani - con adiacente un fabbricato poco più basso, con il granaio dalle finestre ovali, che lo collega al resto dell'isolato, ha i prospetti "liberi" a est, nord e ovest. L'edificio è stato restaurato e tinteggiato di un vivace colore ocra gialla; il tetto, a capanna solo verso sud, è a padiglione con le falde sporgenti, coperto di bei coppi dalle tinte in gradazione. La pianta è trapezoidale, con il lato est, base maggiore, affacciato su strada e piazza principali e il lato ovest, base minore, rivolto verso un grande parco preceduto da un cortile e un modesto giardino. Dalla parte ovest si trovano anche gli annessi rustici, uniti all'edificio signorile nell'allineamento al lato sud, staccati nel lato nord. Anche nell'attuale assetto è riconoscibile l'impostazione a corte.
La facciata ovest del palazzo presenta un classico portale archivoltato a conci lisci, tipico cinquecentesco, decentrato verso sinistra. Le due facciate lato strada non hanno porte e sono di concezione "urbana", diversamente dal prospetto del portale, più da casa padronale di corte rurale anche se raffinata.
Tale facciata, come accennato, è rivolta verso il giardino e il cortile con gli annessi rustici che precedono il parco - o giardino all'inglese - dalle secolari essenze arboree, quali cedri e cipressi in duplice filare. Il parco, arricchito da canne di bambù e da alcune palme, si estende in direzione dell'Adige fino alla strada statale (n.12 dell'Abetone e del Brennero), occupando un'area di circa 5.000 metri quadrati.
Del prospetto occidentale, va detto che le finestrature rettangolari del piano intermedio e quelle quadrate degli altri due scandiscono ordinatamente e ritmicamente simmetriche la facciata, eccezione fatta per il portale. Le altre due facciate, nord ed est, non presentano alcuna interruzione in tale ordine ritmato delle aperture. I finestroni dei lati ovest e nord, al piano nobile, hanno l'architrave coronato da una pregevole cimasa a trabeazione, tipica del XVI secolo. Tra due finestroni del piano nobile (sopra al portale e alla fascia che collima con i davanzali) si trova una targa in marmo bianco con scolpito il trofeo ornamentale con lo scudo in cui è raffigurato lo stemma gentilizio della famiglia dei conti Guerrieri.
Da un'analisi degli interni, a partire dalla disposizione e dalle dimensioni delle murature in sasso, è ipotizzabile un nucleo risalente al Tre-Quattrocento (come in edifici ubicati nello stesso isolato, anche in adiacenza) (ACD, PP,1984).
Il lungo salone centrale, tipico dell'architettura aulica veneta, si ricollega al Cinquecento (Ibidem). Particolari di rilievo all'interno dell'edificio sono le scale lapidee, i soffitti strutturati a volta e in legno (Ibidem). Si nota anche il bugigattolo all'angolo sinistro della facciata ovest: esso collega il giardino con l'interno, senza dover passare dall'ingresso principale. Gli interventi avvenuti tra Sei e Ottocento sono molto mimetizzati. Tra gli annessi rustici il più vetusto appare la barchessa con il portico architravato e i pilastri in mattoni, coperta da un tetto a leggio e adiacente a un fabbricato con il tetto a capanna - distanziato dal palazzo - dotato di scandole alla maniera trentina sulle linee di gronda.
Questo fabbricato è importantissimo per comprendere la dinamica delle trasformazioni dell'intero complesso: inglobata sul suo lato ovest si intravede la metà sinistra di un grande portale a conci cinquecentesco in asse con quello del palazzo. Si tratterebbe dell'accesso nel muro di recinzione che separava la corte dominicale dalla rusticale; il prato rado e ingiallito della stessa corte dominicale rivela l'esistenza della preesistente pavimentazione dell'aia. Il complesso poteva esistere già dal XV secolo, periodo in cui iniziarono a diffondersi le corti rurali. Sembra invece più rimaneggiata la barchessa unita al palazzo, caratterizzata da un portale ad arco policentrico con ai due estremi un paio di arcate a tutto sesto più piccole; nel sottogronda resistono dipinti sull'intonaco rombi bianchi e rossi. Dal lato opposto, come accennato, vi è il muro a cui sono stati aggiunti merli ghibellini oltre a una piccola porta ad arco uguale alle due dirimpetto; sono opere collocabili tra fine Otto e inizio Novecento, come la balaustrata sul tetto piano della rimessa vicino alla barchessa e a un fienile. Tutte le coperture degli annessi, composte di coppi, non sono in buono stato.
Un'annotazione va fatta per indicare anche la presenza di scantinati sotto al palazzo, arieggiati da finestrelle a filo terreno sulla facciata occidentale. (a.m.)


Ancora su palazzo Guerrieri - Rizzardi

La forma di palazzo Guerrieri e, in particolare, la copertura a padiglione (eccetto a sud, che è a capanna) e le cornici delle finestre possono far ricordare in parte l'architettura di alcune ville toscane rinascimentali e manieriste.
Per quanto concerne le belle cornici, soprattutto del piano nobile, sono molto simili a quelle cinquecentesche del lato ovest della casa dominicale e dell'ala a sinistra della torre colombaia di villa Del Bene a Volargne (CONFORTI 1995-1996, passim). Le cornici delle finestre del piano nobile sono pressoché identiche a quelle ideate nel Settecento dall'architetto Alessandro Pompei (1705 - 1772), per villa Pindemonte (1742) al Vò di Isola della Scala o villa Giuliari (1739 - 1743) a Settimo del Gallese (Legnago), nonché dall'architetto Adriano Cristofali (1718 - 1788) per il pianoterra del lato nord di villa Mosconi - Bertani (primo Settecento) a Novare (Negrar) (CENNI-COPPARI 1993, passim).
Come per le cornici di tipo cinquecentesco ma di probabile realizzazione successiva, in palazzo Guerrieri-Rizzardi e nei suoi annessi rustici non è facile individuare tutta una serie di sovrapposizioni degli interventi succedutisi nelle diverse epoche. La caduta, in alcuni punti, degli intonaci pone in luce stratificazioni, metodi costruttivi e materiali che confermano le origini medioevali del complesso edilizio e la sua configurazione a corte. Ma lo confermano anche alcune cornici di finestra o porta in marmo bianco con ovoli scolpiti nelle modanature (riusate per formare stipiti e architrave di un cancelletto di ingresso, con pavimento a riccio), accanto alla vecchia barchessa. Sono state indicate, con certezza, risalenti al Quattrocento. Del medesimo periodo potrebbero essere tre fusti di colonna liscia, sempre in marmo bianco, posti in piedi e allineati distanziati, di fronte alla stessa barchessa, dal lato opposto del cortile. Proprio dietro alla barchessa connessa al palazzo vi è, adiacente, un fabbricato fatiscente, tra i più antichi di Dolcè. E' la tipica casa rurale a portico e loggia, rivolta a sud, che ha molto mantenuto l'aspetto originale. Essa, con la falda sporgente di coppi, si presenta al pianoterra con due arcate a tutto sesto sorrette da due semplici colonne con capitello squadrato, in marmo rosato, e una terza arcata murata (vi sono anche tracce di una quarta); il piano superiore è alquanto modificato da interventi successivi compiuti sulla loggia architravata. Va aggiunto che sopra l'imposta degli archi del portico vi sono tre fori circolari, uno dei quali murato.
Di questa tipologia edilizia ha scritto e spiegato molto il giornalista, scrittore e storico Giuseppe Silvestri (1983, passim).
Tornando a quanto concerne palazzo Guerrieri-Rizzardi (e i suoi annessi rustici), la storia di questo complesso è legata alle vicende di due antiche famiglie nobili. Quella dei Guerrieri si stabilì a Verona da Fermo di Romagna tra il 1550 e il 1600 in contrada Santi Apostoli; in città fu proprietaria di due palazzi: Gemma in corso Cavour e Rizzardi in corso Porta Borsari (DAL FORNO 1973, passim).
La famiglia dei Rizzardi invece si stabilì a Verona tra il 1600 e il 1650, in contrada San Fermo, ma non è dato saperne la provenienza; a Verona ebbero 6 palazzi (Ibidem). La casata dei conti Rizzardi nel 1666 e 1667 diviene proprietaria di parti della casa Cappello a Verona (casa detta di "Giulietta") (ZUMIANI 1991, 154). Sempre i Rizzardi sono proprietari a Pojega di Negrar di una villa con uno dei giardini - risalente forse già al Seicento - più pregevoli di tutto il Veneto, realizzato dal disegno dell'architetto Luigi Trezza tra il 1783 e il 1796, in parte all'inglese e in parte all'italiana (SILVESTRI 1983, 185). Inoltre, intorno agli anni Sessanta - Settanta, i Rizzardi acquisirono a Tomenighe di Negrar la villa settecentesca dei nobili Rovereti (Ivi, 184). Queste sono considerate ville importanti di Negrar, contornate da estesissimi vigneti (PARONETTO 1981, 112).
L'unione dei Guerrieri con i Rizzardi, derivata da matrimoni, ha portato alla fusione di fondi, immobili e attività connesse alla produzione di vini pregiati (aziende agricole di bardolino, Negrar, ecc.), nelle tradizioni delle famiglie nobili affermatesi tra Quattro e Settecento, durante la dominazione della Serenissima. (a.m.)

Palazzo Ruzzenenti detto il Casermaggio


Palazzo Ruzzenenti è ubicato nella parte sud-est del centro storico di Dolcè in un complesso a corte in cui si accede dalla vecchia strada postale del Tirolo.
L'ingresso, sul lato est della strada nella parte di fabbricato occidentale della corte, è formato da un portale arcuato da cui, attraverso un sottoportico, si entra nel cortile squadrato di ciottoli, in cui si affacciano gli edifici componenti la corte stessa. Palazzo Ruzzenenti è posto a settentrione, con la facciata rivolta a mezzogiorno, mentre a est, ovest e sud sono situati attorno al cortile gli altri fabbricati, dei quali appaiono più manomessi e di scarso interesse quelli su due livelli del lato sud e parte del lato ovest.
Il palazzo è imponente, a pianta rettangolare e tre piani, con semplici contorni dei fori di porte e finestre, con una grande copertura in coppi a falde aggettanti, del tipo a padiglione verso la strada. Dal lato nord è addossato o adiacente a fabbricati intricati e contorti del centro storico, come pure dal lato est, mentre dalla parte del lato ovest il prospetto è sulla strada Trentina. La facciata sud è caratterizzata al secondo piano da un ballatoio (con ringhiera in ferro) formato da lastre e mensole di sostegno in pietra della Lessinia (lastame) che si estende a tutta la facciata dei fabbricati occidentali. Sulla parte destra della facciata sud di palazzo Ruzzenenti si nota un residuo di porticato che, a parte stratificazioni-sovrapposizioni di interventi più che altro successivi al Settecento, ricorda le origini quattro-cinquecentesche dell'edificio. All'interno del palazzo esistono camini di valore artistico che possono paragonarsi a quelli della splendida villa Del Bene a Volargne (CONFORTI 1995-96, fot. p. 129; SILVESTRI 1983, fot. 138).La facciata con il ballatoio sul cortile di palazzo Ruzzenenti ha un'impostazione da prospetto secondario interno, di servizio, non ha elementi decorativi come le facciate principali delle case padronali o dominicali, ma ciò potrebbe essere conseguente alle ristrutturazioni settecentesche.
I lati ovest ed est della corte sono formati da due edifici, le parti più alte dei quali si innestano ai fianchi di palazzo Ruzzenenti. La corte in origine era impostata a schemi tipicamente rurali, avendo casa padronale a nord e annessi rustici sugli altri lati a racchiudere l'aia; parte dei fabbricati est, con tetto a leggio, e quelli a sud, con tetto a capanna, sono staccati tramite un vicolo cieco dall'edificato circostante.
I Ruzzenenti erano presenti con loro proprietà nel territorio di Dolcè sin dal Settecento (BRUSCO 1996, 92). Alcuni componenti della loro famiglia, in diverse epoche, furono sindaci (Ibidem; GONDOLA 1994, 41). La precedente denominazione Casermaggio di palazzo Ruzzenenti è da collegarsi successivamente al 1866, al servizio del commissariato militare italiano, che provvedeva appunto al casermaggio (andamento, attrezzatura e materiale di una caserma) per le fortificazioni della Valdadige e per la Grande Guerra 1915-18 (a Dolcè vi era in più una prigione per disertori e prigionieri, presso corte Capetti).
Il prospetto meridionale di palazzo Ruzzenenti avrebbe per il ballatoio affinità con la tipologia del retro delle case Mazzanti a Verona (BRUGNOLI 1985, passim) o della casa Mazzola-Pantei a Sant'Ambrogio (ROGNINI 1985, 200-201); si tratta della tipologia edilizia frequente fin dalla seconda metà del Quattrocento nei complessi a corte sia urbani che rurali dell'Italia settentrionale. (a.m.)


Ancora su palazzo Ruzzenenti

Del palazzetto settecentesco do corte Ruzzenenti spiccano in particolare l'elegante portale in blocchi di tufo, il sovrastante balconcino e le finestre del piano nobile. La lettura delle mappe e dei registri del Catasto austriaco consentono di attribuirne la proprietà alla metà dell'Ottocento a Giuseppe Gaspari. Nel cortile interno ci si trova davanti a un'autentica sorpresa: un elegante palazzetto dalla classica struttura a porticato e loggia databile verosimilmente al Quattrocento o almeno ai primi anni del Cinquecento in buono stato di conservazione. Al pianterreno è possibile osservare, ancora ben conservati, due degli originari tre archi del porticato; al piano nobile quattro delle probabilmente sei arcate che costituivano la loggia mentre assai meno curate risultano le finestre squadrate del granaio. La facciata presenta tracce di affreschi che un attento restauro potrebbe forse riportare alla luce. Sull'edificio si innesta, venendone a coprire parzialmente la facciata, un corpo di fabbrica rusticale databile anch'esso al Cinquecento, che mantiene ancora l'antico camino.
Primi proprietari di questo pregevole ed elegante complesso sono stati i Dalla Corte, famiglia di origine milanese che annovera tra i suoi più antichi e prestigiosi esponenti Leone Dalla Corte, console di Milano già nel 1162 (TORRESANI 1656; BCVr, ms.808, I s., c. 110). Cacciati da Milano, trovano rifugio a Verona, e durante l'età scaligera, grazie alla benevolenza di Bartolomeo della Scala, si attestano in particolare nella zona di Zevio dove Giacomo Dalla Corte ottiene in "godimento oltra molti altri beneficij, che gli fece, buona parte della decima della Terra di Gevio, ove già habitava egli, e Norandino suo padre acquistate, e possessioni, e case talmente, che con la gratia di questo signore onoratamente viveva" (DALLA CORTE 1596, V, 264-265).
La famiglia finisce con l'entrare nella cerchia della piccola feudalità del contado e il suo legame con Zevio, di cui detengono, anche per investitura episcopale, il castello e la giurisdizione, viene risaldandosi al punto che la famiglia assume anche il nome di da Zevio. Pur risiedendo nel contado i Dalla Corte non mancano di far sentire la loro presenza nella vita politica cittadina e sin dal 1410 vengono aggregati al nobile Consiglio. Alla fine del Quattrocento i Dalla Corte, attirati dalla crescente centralità di Verona, si inurbano. Due sono le strade intraprese dai loro esponenti per acquistare prestigio all'interno del centro urbano: la carriera notarile - Jacopo Dalla Corte è notaio nel 1408, Pantaleone nel 1410, Zenone nel 1438 - e la carriera militare: Jacopo è nel 1413 provisor et praefectus in bello contra Pannones vulgo Ungaros e quindi aorator urbis al marchese di Mantova. Bartolomeo quondam Zenone Dalla Corte, cives et habitator Veronae in contrata sancto Petro Incarnario, è notaio presso la corte episcopale e, in tale veste, redige tra l'altro, il 25 giugno 1499, l'atto con il quale il conte Galeazzo quondam Baccarino Nogarola fonda e dota la cappella Canossa nella pieve di Grezzano (Pergamena conservata presso la Chiesa di san Lorenzo di Grezzano). Nel 1529 la famiglia viene allietata dalla nascita del grande storico veronese Girolamo Dalla Corte. La crescente importanza economica che viene acquisendo la Valdadige non manca di attirare i Dalla Corte che all'attività notarile ne affiancano una commerciale non limitata al territorio della Repubblica ma estesa alla Germania, alle Fiandre e all'Inghilterra e, probabilmente già alla fine del Quattrocento, pongono a Dolcè una base per i loro traffici. A Dolcè sono presenti ancora nel 1589 quando il nobile Gasparo a Curte vi figura tra i maggiori proprietari (ASVr, AAC, reg. 313). Già alla fine del secolo per altro il ramo principale della famiglia entra in una irreversibile crisi dalla quale riesce a uscire solo un ramo cadetto, quello dei Murari.

Nonostante ciò, ancora nel 1634 a Dolcè figura un lavorente di Agostino a Curte che a Dolcè gode un'entrata annua tra campi e boschi di 50 ducati e, ancora nel 1652, Leonardo quondam Bartolomeo dalla Corte di San Michele alla Porta vi possiede due pezze di terra boschive che rendono ducati 30, tre pezze di terra con casa sempre a Dolcè livellate a Valentin Colombarola per ducati 24 l'anno e un quarto della Decima di Dolcè che si affitta a Benedetto Policante per ducati 6 l'anno.
Attualmente nel Casermaggio - corte Ruzzenenti non si notano tracce della presenza di un oratorio, peraltro frequente, in particolare tra Sei e Settecento nelle dimore dei signori o dei possidenti. Ma le fonti documentarie sembrano contraddire l'attuale stato delle cose. Infatti vi sono notizie di un oratorio Ruzzenenti. Nel modulo da compilarsi in preparazione alla visita pastorale del vescovo Giuseppe Grasser l'allora parroco di Dolcè, don Luigi Merazzi, al quesito n.19 annotava la presenza di un oratorio privato di ragione della famiglia Ruzzenenti, presso l'abitazione dominicale di questa in Dolcè "all'ingresso del Caseggiato", senza invero aggiungere particolari notizie sulla sua entità (ASCDVr, VP Grasser, b. 2, c.34). Lo stesso è ancora ricordato in occasione della visita del Mutti nel 1843 (Ivi, VP Mutti, b.2, c.40; b. 6, c. 13) e quindi più nulla.
Altre informazioni si hanno in merito a un oratorio Gaspari. In preparazione alla visita pastorale del Bacilieri a Dolcè nel 1904 viene fatta la semplice menzione dell'oratorio privato Gaspari, forse lo stesso prima indicato come Ruzzenenti. (a.m., m.p., g.s.)

Palazzo Tommasini


Nel centro storico di Dolcè, palazzo Tommasini è posto sulla strada regia postale del Tirolo, ad angolo con la salita di via Castello, ben visibile oggi dalla piazza Roma che però non esisteva fino agli inizi del secolo(1928-29).
L'edificio ricorda solo in minima parte nella sua impostazione stilistica quello vicino Guerrieri-Rizzardi. Il fabbricato a tre piani, dalla strutturazione solida e austera, con l'intonato grigiastro, è a pianta quadrata con il tetto a coppi a falde sporgenti. Esso si inserisce in una tipologia a corte con i suoi annessi e manifesta nel complesso caratteristiche rurali che si esplicitano nella parte sul retro che si affaccia sul cortile insieme ai fabbricati contigui.
La facciata principale è quella occidentale sulla strada Trentina che presenta un portale ad arco, a conci bugnati, con scolpito nella chiave di volta lo stemma con un pesce e tre stelle, attribuito a una delle più importanti famiglie della zona, quella dei Salomoni, di un membro della quale, Alessandro, si conserva una lapide nella parrocchiale e dalla quale uscì anche quel Pietro Salomoni che fu massaro di Dolcè nel 1589 (GONDOLA 1994, 16).
L'ubicazione in un'area centralissima del nucleo abitato è indice di antica origine, ma i manufatti risalenti al Cinque-Seicento appaiono manomessi da interventi databili all'Ottocento. La facciata meridionale su via Castello si adatta alla salita e ai diversi gradoni e gradini del marciapiede (rarissimo nel centro storico). Sulla strada principale (antica strada Tridentina) si allinea, aderente dal lato nord di palazzo Tommasini, un edificio in ristrutturazione, sempre a tre piani, della medesima proprietà, un tempo non molto lontano (pochi anni) sede della locanda denominata "All'Ancora". A titolo di curiosità può essere annotato che, durante la ricerca di documentazione sui fabbricati in argomento, si è notato che un'ancora è raffigurata nello stemma gentilizio dei Salvetti, toscani stabilitisi in Valdadige nel Seicento (LUCCHINI 1995, 33). Ciò ha fatto sospettare che la denominazione fosse stata determinata da una qualche relazione a una passata proprietà dell'edificio da parte dei Salvetti che possedevano un consistente patrimonio fondiario (Ibidem); ma le verifiche compiute hanno consentito di appurare che l'ancora era un simbolo scelto per il nome dell'antico albergo dai Tommasini, a loro piacimento (l'albergo visto come ancora di salvezza).
Come accennato in precedenza, il palazzo Tommasini si presenta con le facciate sul fronte strada dalle caratteristiche urbane mentre il retro si affaccia in un cortile di tipo agricolo, con i suoi annessi rustici (una volta stalle e fienili), a confermare il fatto che i palazzi a Dolcè - e nei centri della Valdadige - sono quasi sempre integrati in una corte rurale , a sua volta inserita in un centro storico e assai di rado isolata nei campi. (a.m.)

Palazzo Capetti Rizzardi, già Rambaldi a Dolcè


La corte Capetti Rizzardi, antica villa Rambaldi, viene a trovarsi al limite sud del paese di Dolcè, sul lato ovest della strada Trentina e aderente a nord al resto dell'abitato. Il complesso può essere annoverato tra le corti rurali di antica origine (in questa corte ma anche nell'edificato più a nord, vi sono manufatti che in parte potrebbero risalire al Trecento) che nelle diverse epoche hanno subito innumerevoli interventi di adeguamento dei fabbricati, nonché modifiche per fini abitativi o agricoli. Tali interventi nella corte hanno alterato l'aspetto originale degli edifici.
Il complesso doveva originariamente appartenere ai Vassalini, facoltosa famiglia della Val Lagarina dai quali passa, già nella prima metà del Cinquecento ai Rambaldi. Nel 1589 ne sono proprietari gli eredi del nobile Nicolò Rambaldi (ASVr, AAC, reg. 313) che nel 1633 ha a Dolcè un lavorente, Bernardino Salomoni con due paia di buoi e un conduttore delle legne, Berto Colombarola con un altro paio di buoi. Alla metà del Seicento la proprietà del complesso abitativo e dei vasti terreni che vi fanno capo passa provvisoriamente al conte Galeotto Nogarola come dote della moglie, la contessa Lisca Rambaldi nipote del cavalier Nicola Rambaldi. Questi dichiara infatti di possedere "una possessione nella villa di Dolcè di campi arativi con granà e con vigne circa campi 50 dalla quale un anno con l'altro può cavare 200 ducati compreso anco campi II prativi per servizio della sua casa; ben 410 campi boschivi dai quali campi boschivi "tra stanghe e mesene" cava d'entrata ducati 260 ed una casa da Patron e altre case per servizio dei lavorenti nella medesima villa" (ASVr, AEP, reg. 29, cc. 108-III). Ancora nella metà dell'Ottocento la maggior parte della proprietà fondiaria resta alla famiglia Rambaldi e più precisamente alla contessa Maria Teresa Antonia quondam Alessandro vedova Guerrieri e ai figli, i conti Giovan Battista e Vincenzo Guerrieri. All'epoca per altro la famiglia ha già provveduto alla costruzione dell'attiguo palazzo più spazioso e meglio rispondente alle esigenze abitative e di prestigio della famiglia. Il vecchio complesso dominicale è invece stato ceduto con una cospicua parte dei fondi rurali a Leonardo quondam Luigi Capetti.
Entrando dalla strada, attraverso il grande portale di accesso, a sinistra si trova un edificio a pianta quadrangolare con due piani e il granaio, mentre a destra vi è un edificio a pianta rettangolare più alto, con portico, loggia e granaio; di fronte a quest'ultimo è ubicato un fabbricato a pianta quadrangolare, a due piani e granaio, con porticato. La tipica casa rurale a portico e loggia come quelle della Valpolicella (SILVESTRI 1983, 191-192) presenta nel sottogronda finestre a occhio settecentesche, per la ventilazione del granaio, e parziali occlusioni di due dei quattro archi a tutto sesto della loggia (quadrifora con le spalle in pietra pilastrate) simmetrici alle due arcate a tutto sesto del sottostante portico, sorrette da vetusti pilastri monolitici di pietra sbiancata.
La costruzione prospiciente a quella descritta, in origine a porticato e, forse, loggia architravata, presenta quest'ultima completamente accecata, con inserite delle finestre che potrebbero risalire al Cinquecento. Il sottostante portico presenta tre arcate a tutto sesto a sud, nel prospetto principale, e una su entrambe le due facciate laterali, ma murata dal lato ovest; inoltre un muro perpendicolare alla spalla delle due arcate a destra serra il passaggio del porticato. Si nota la pavimentazione a due filari di lastre in pietra alternati ad acciotolato, disposta per il lungo del porticato, al fine di consentire l'accesso dei carri.
All'interno del portico, sulle stesse arcate, vi sono resti di affreschi, in uno dei quali è visibile un putto, che potrebbero essere del Cinquecento. In questo edificio spiccano, ai due lati della facciata, i robusti contrafforti. Infine, la terza costruzione, in apparenza meno datata, sembra comunque aver subito modifiche tali da non consentire il riconoscimento della forma primitiva. Una sua particolarità sono le finestre ottagonali del granaio.
I tre edifici descritti sono collegati tra loro da due archi di rinforzo realizzati in epoche successive con mattoni e pietre in parte intonacati. Questa parte della corte è la più antica, mentre quella più addentrata, verso il parco del palazzo Guerrieri Rizzardi, è composta da rustici in apparenza un po' più recenti, quasi privi di intonaco, con murature realizzate in pietra e archi di portici in mattoni. Sui materiali utilizzati in questi luoghi va notato che l'uso dei ciottoli del fiume Adige si riscontra più che altro in pavimentazioni esterne; residui di riccio, ovvero acciotolato, sono ancora visibili tra gli edifici di questa corte.

Palazzo Banterle a Volargne


Si tratta di un palazzo a pianta rettangolare, posto in centro a Volargne, con facciata ad ovest, risalente al XVII secolo quando era proprietà della famiglia Suttori. Qui si apre infatti un imponente portale ad arco in pietra bianca con in chiave un cartiglio recante una scultura della dea dell'agricoltura; vi sono inoltre le scritte
"NON NOS SED CONDITOR ORBIS/ IAC. FLORA D MAI ANNO D MDCIIII" (NON NOI MA IL CREATORE DEL MONDO / IACOPO FLORA NEL MAGGIO DELL'ANNO DEL SIGNORE 1604).

L'interno è stato completamente modificato nel corso dei secoli